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Rischio d’impresa, fragilità bancaria e politiche macroprudenziali

6 Maggio 2026

Antonio Di Ciommo – Dottore di Ricerca in Giurisprudenza – Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

Di cosa si parla in questo articolo

Con il working paper n. 1518 per la collana “Temi di discussione”, Banca d’Italia ha pubblicato uno studio in cui si analizza la relazione tra il rischio di insolvenza delle imprese e la fragilità sistemica degli intermediari.

Gli Autori dello studio approfondiscono i meccanismi attraverso cui la politica macroprudenziale può stabilizzare l’attività economica a fronte di shock finanziari avversi. L’indagine pone al centro il ruolo dei bilanci bancari come vettori di amplificazione delle crisi originate nel settore reale.

L’incremento del rischio microeconomico (“firm risk shocks”) agisce elevando la probabilità di insolvenza degli istituti di credito. Questa dinamica scatena una “demand-driven recession” caratterizzata dal calo congiunto di prezzi, consumi e produzione.

Gli Autori sottolineano come l’elevata leva finanziaria del settore bancario accentui gli effetti contrazionistici derivanti dalle insolvenze dei debitori.

Il “default risk channel” agisce riducendo la leva finanziaria sistemica e i costi sociali legati alle procedure di monitoraggio dei fallimenti. In senso opposto, il “bank equity channel” descrive la contrazione dell’offerta creditizia dovuta all’erosione del capitale netto bancario a seguito delle perdite subite.

Secondo gli Autori, l’incremento dei requisiti patrimoniali deve dunque bilanciare la stabilità degli intermediari con l’esigenza di non comprimere eccessivamente la dinamica degli investimenti privati.

L’indagine evidenzia come i requisiti di capitale e il buffer di capitale anticiclico (CCyB) operino in una logica di forte complementarità funzionale.

L’attivazione del CCyB consente di mitigare la contrazione del credito, permettendo agli istituti di utilizzare le riserve accumulate per sostenere le imprese.

Un simile coordinamento macroprudenziale può impedire alla fragilità del settore finanziario di amplificare gli shock di rischio, contribuendo alla stabilizzazione del ciclo economico complessivo.

Gli Autori, inoltre, evidenziano come l’analisi quantitativa si sia svolta tramite un modello c.d. “VAR” (i.e., “Vector Autoregression”) che consente di isolare gli effetti del rischio aziendale rispetto a shock tecnologici, di domanda e di politica monetaria. I risultati dell’analisi così condotta indicano che l’incertezza relativa alla produttività d’impresa costituisce un fattore rilevante per le fluttuazioni cicliche del PIL.

Gli Autori concludono evidenziando che l’incremento dei requisiti minimi di capitale è fondamentale per rafforzare il “default risk channel”, riducendo sensibilmente l’incidenza dei fallimenti bancari. Tale misura potrebbe, tuttavia, limitare la capacità degli intermediari di erogare credito, attivando il “bank equity channel”.

Per neutralizzare questa contrazione, gli Autori evidenziano l’importanza del “rilascio” dei CCyB per sostenere i finanziamenti in presenza di “firm risk shocks”.

L’uso sinergico di questi strumenti appare, secondo gli Autori, la combinazione più efficace per conciliare la stabilità del sistema finanziario con la tenuta macroeconomica.

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